Letteronzole II
Fondazioni miste e mito dei finanziamenti privati

Riassunto della puntata precedente: dove un gruppo di possibili operatori di cultura, alla vigilia delle amministrative 2014, scrive al futuro sindaco che verrà (e che sarà Luca Vecchi) sull’opportunità di non nominare un apposito specifico Assessorato per proiettarsi verso la modernità e la mondialità che funzionano fatte di fondazioni specifiche irte di illustri comitati scientifici e manager che dan del tu al coinvolgimento del privato. Al fine di liberare l’amministrazione da quella patina pedagogica da soviet intermedio costretto a decidere come il cittadino debba acculturarsi, elevare la qualità dell’offerta intellettuale e porre fine all’odioso ed annoso suggere dalle pubbliche mammelle. E dove appunto il sindaco non più in pectore ma de iure, giammai nominerà suddetto Assessore, avocando a sé l’omonima delega. Facendo anzi di più: demandando piano piano importanti fette dell’offerta ludico-istruttutiva della città (a partire da Fotografia Europea per arrivare a Restate) a Palazzo Magnani al fine diretto da Davide Zanichelli (una sorta di consegna non scritta del dibattuto ruolo) tra i firmatari della citata missiva pre-elezioni. Qui la prima puntata

Quis custodiet ipsos custodes? (Giovenale)

Torniamo a noi; il cuore tecnico del sopracitato appello dei saggi civici, al netto di una necessaria premessa teorica-ideale che giustificasse la sintesi, batteva più o meno così: si occupi la politica del diritto dei cittadini di frequentare gli spazi del sapere, facendoli funzionare e tenendone in ordine i bilanci (che in Municipio non si brilla per acume spirituale), mentre le istituzioni culturali, di natura societaria mista, che dovrebbero sorgere con entusiasmo sull’onda di questa sorta di rinascimento reggiano, “riempiano di contenuti questi luoghi, portando in dote idee, pubblico ma anche denaro”. “In questa città bisognerebbe aprire una discussione seria sull’atavica carenza di Fondazioni per la cultura – si leggeva nella lettera – in grado di far convergere patrimoni e capitali privati da mettere al servizio di progetti per la comunità”.

Dunque l’ente pubblico (che pure oggi siede nella doppia veste di Comune e Provincia nel cda di Palazzo Magnani) non avrebbe più le competenze, di sapere e di portafoglio, per fare e promuovere cultura. Quella della esternazionalizzazione a privati e fondazioni della cultura reggiana è una idea indubbiamente forte per Reggio Emilia: sarebbe interessante sapere cosa ne pensano altri attori, ad esempio a sinistra, come l’Arci ecc. Ma, una domanda sgorga impetuosa e spontanea, quali sarebbero nel Reggiano i privati che in questi anni hanno appoggiato (magari indirizzandolo) corposi progetti di valenza pubblica? Allo scrivente, certamente di corte vedute e balbettante memoria, sovvengono sempre gli stessi sponsor, gli stessi magnati, gli unici mecenati nelle figure di Iren, le coop superstiti ancora in grado di sborsare per la collettività e gli immancabili enti locali. Senza questa composizione pare non si voglia (o non si possa) muovere foglia (la famiglia Maramotti ha una sua importante Fondazione con notevole sede espositiva collaborante una tantum coi Teatri, e basta).

Nella recente conferenza stampa di presentazione dell’interessante manifesto culturale corredato di neo-comitato scientifico davvero illustre di Palazzo Magnani, è stato posto non a caso il quesito sulla natura dei finanziamenti che verranno ad accompagnare il presumibilmente già corposo pacchetto di sostentamenti economici viste le organizzazioni già demandate dal Comune e di cui si diceva prima quali appunto Fotografia Europea e Restate. Si è parlato di progetti con settori imprescindibili della società locale, come Reggio Children e le organizzazioni sanitarie ma grandi nomi di privati, almeno per ora, non se ne vedono all’orizzonte del ventilato ri-umanesimo della reggianità. Si parla invece, informalmente, di ricchi contributi in arrivo dalla Regione. Gira e rigira insomma, siam sempre lì. Anche o forse soprattutto su questo, cioè sulla capacità della nuova governance di attirare risorse economiche che non siano quelle dei soliti noti, andrà dunque misurata e valutata la nuova presidenza.

Chi scrive dubita assai che la qualità dell’offerta ludico-formativa dipenda necessariamente dalla specie dei sovvenzionamenti e non si schiera certo nelle fila dei “monofisiti” (teoria dottrinale cristiana che ipotizza la presenza di una sola natura in Cristo) della cultura: è forse più che altro, fin dalle origini, un problema d’identità precisa della proposta intellettuale al cittadino che non della provenienza dei fondi. Pur vantando infatti diverse eccellenze storiche (purtroppo codificate solo a partire della seconda metà del ‘900 a scapito di altre il cui tentativo di recupero è avvenuto solo dopo il “crollo del muro”), Reggio e provincia sono apparentemente superate in questo campo da tutte le altre vicine città. Da Bologna a Modena, da Parma a Verona, da Mantova a Ferrara fino a Ravenna.

Nella prossima puntata ci soffermeremo allora maggiormente su eventuali contenuti.

(Fine seconda puntata)

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