Vanniloqui
Discriminazione ageismo

Nel frattempo, mentre siamo qui che ci scanniamo con le accuse di specismo, razzismo, fascismo e chi più ne ha più ne metta, passa praticamente sotto silenzio una delle più colossali, stritolanti discriminazioni che una società possa mettere in atto; così piena e pervasiva da raccogliere tutti, sorpassando ogni altra distinzione – sesso, censo, ceto sociale, cultura, etnia. Addirittura, è una discriminazione così forte che riesce a rendere l’individuo in contrasto con se stesso. E’ la discriminazione basata sull’età anagrafica, della quale non si parla quasi mai e che invece informa di sé una miriade di comportamenti e di pensieri, con ricadute importantissime sul tessuto sociale. Il termine che descrive tale discriminazione, “ageismo”, è stato coniato nel 1969 da Robert Butler, un gerontologo americano, ed è rimasto nella sua efficacia estrema per essere citato solo da uno sparuto mucchietto di addetti ai lavori. La nostra Costituzione, ora piuttosto vecchiotta anche se ancora eccellente modello di sintesi, non cita espressamente l’età come fattore discriminante e parla più genericamente di “condizioni personali”, sotto le quali la giurisprudenza successiva ha voluto far rientrare anche quelle anagrafiche; la Carta dei Diritti Europei, invece, partorita nel 2000, aveva già ben presente gli effetti del problema in tutta la loro evidenza, per cui se ne occupa esplicitamente all’art. 21 tra le possibili cause discriminanti.
Ancora non è passato di moda il concetto di gerontocrazia, che con ogni evidenza va riferito a quelle situazioni in cui il tenersi attaccati alla poltrona – peraltro faticosamente conquistata – genera indiscutibili vantaggi e rendite da posizione; ai giovani e sempre giovani (ora anche loro gerontocrati) rimasugli sessantottini non andava proprio giù che i vecchi, allora quarantenni, non accettassero di buon grado di consegnare a loro le redini del potere politico, economico, finanziario, produttivo. Per cui, giù di berlina. Oggi, da quel punto di vista le cose non sono particolarmente diverse: basta gettare uno sguardo alla classifica di chi detiene il potere, e ci si accorge che ancora una vita di lavoro (anche di lingua: perché è un lavoro anche quello, sia ben chiaro) matura con l’età cedole difficilmente spendibili in precedenza, perché gli interessi, come su qualsiasi capitale, certamente si accumulano. Certo; oggi certa brillante parte dell’imprenditoria sta ribaltando l’assunto, e oggi puoi vedere qui e là megamiliardari a spasso con la nurse, anziché con il segretario o con la badante. Ma il capello grigio, o l’assenza del capello, ancora fa la differenza, eccome. Tuttavia, si tratta di situazioni isolate, e anche caduche; nel complesso, superata una certa soglia che man mano aumentano benessere e qualità della vita viene spostata in avanti, all’anzianità non vengono certamente associati aggettivi positivi. In Giappone, dopo i 65 anni non te la mandano a dire: “madao”, un neologismo quasi acronimo che sta per “vecchio completamente inutile”. Da noi ci si candidava al Senato, però il concetto è chiaro, insomma. Se c’è una cosa che ci terrorizza, subito dopo l’idea di morte e di malattia, è proprio l’idea di invecchiare, guarda il caso collegata alle prime due. Fate un esperimento, cinque minuti di onestà: come immaginate il vostro futuro da anziani? Gioiosi mentre scalate il Cervino, poi dopo una polentata collettiva tutti a giocare col Lasergame? O rincoglioniti in un ospizio col plaid sulle gambe, confusi e spauriti in mezzo a volti sconosciuti, soli con le mani grosse d’artrosi murati vivi in un appartamentino buio a piangere in silenzio perché avete davanti Verissimo in televisione e non sapete usare il telecomando per cambiare canale? Siate sinceri, su: certamente la seconda. Con le nuore avide che stanno già ipotecando la casa di famiglia (la vostra) per comprarsi quell’appartamentino a Lido di Camaiore e a voi vi sbattono al diurno, i figli che non vi vengono a trovare mai, il cane grasso zoppo che trotterella di fianco a voi lungo la ciclopedonale, vi fermate per vedere se nel cassonetto c’è qualcosa di ancora utile da razziare, poi via in casa con la pomata all’artiglio del diavolo e le caviglie come due zamponi. Con l’asma, la prostata, le vene varicose, lo stomaco sfasciato, il pisello che non si drizza, l’eczema perpetuo e i punti neri che non riuscite a togliervi dal naso che non li vedete più, i peli nelle orecchie e le ciabatte da passeggiata col velcro.
Ebbene: tutte stronzate. Vi pensate così perché quello è l’esempio che avete sotto gli occhi: un esempio che viene dal millennio scorso, pari pari. In realtà, sebbene il corpo certamente finisca con l’usurarsi, la stragrande maggioranza degli anziani fino a tardissima età non sta né più né meno male o bene di quanto non stesse quando aveva trent’anni di meno. L’incidenza di moltissime malattie è uguale o paragonabile, e anche la tanto temuta degenerazione mentale che così spesso si accompagna all’idea di vecchiaia non è affatto quella che ci immaginiamo sia; il terribile Alzheimer colpisce, dati di oggi, quindi di nuovo riferiti a persone che hanno vissuto le condizioni di vita del secolo scorso, al suo apice (fascia 80 – 85) appena 40 persone su mille. La demenza senile nel suo complesso nella stessa fascia di età, la più flagellata, interessa il 21% dei soggetti, con una abbondante metà di cause reversibili dovute a errata alimentazione, errate o assenti cure mediche, errate condizioni di vita. Vale a dire che una delle cose che vi fa più paura, domani, allo stato attuale della scienza (cioè: no) interesserà appena una persona su dieci, e possiamo tranquillamente scommettere sul fatto che ciò sarà dipeso nella quasi totalità dei casi dal suo stile di vita negli anni precedenti e dal grado di cure che gli si prestano – mediche, parentali, sociali. Le altre possibili malattie, ivi compresa quella che fa più paura di tutte – il cancro, senza dubbio – sono e saranno sempre meno preoccupanti e sempre più curabili e reversibili. Vale a dire che per chi oggi ha 40 anni è possibile mettere in conto una vita piena e soddisfacente per almeno altri trenta o quaranta. Ne hanno tenuto subito conto all’INPS, ovviamente, spostando l’asticella dell’età pensionabile; se ne tiene molto meno conto nel mondo del lavoro, purtroppo, in cui sembra che se non sei fresco di scuole medie sarai inutile all’azienda. Mentre invece i dati cantano una canzone del tutto diversa: la produttività degli over 60 è molto maggiore di quella dei giovani, più veloci, più rapidi, più forti ma infine – non trattandosi di una sfida sul ring ma di esperienza e affidabilità – molto ma molto meno remunerativi. Eppure, se vai ancora oggi a cercare lavoro, a fare una assicurazione, un mutuo, vedi se non ti pesano per decidere se conviene fare un investimento su di te. Sorpresa: basta controllare le tabelle attuariali e semmai coprirsi con una contro assicurazione per avere un ritorno molto maggiore da un sessantenne che da un ventenne; controintuitivo, ma è così. Sono semplicemente gli effetti di una discriminazione che parte da una visione della società di stampo eminentemente produttivo, industriale; drogati di velocità, di efficienza, di snellezza dai roboanti anni ‘80 non ci siamo accorti che, anche nel Paese in cui questa fola era nata – gli Stati Uniti, manco a dirlo – questa retorica era fallimentare appena partorita, e che proprio lì le persone più ricche, sane e felici non erano affatto i giovani da copertina (che esistevano solo nelle réclame) ma bensì i pensionati.
Basta guardare l’evoluzione delle scienze della gestione del tempo, per esempio tramite la produzione di un superconsulente come il tedesco Lothar Seiwert: negli anni 80 e 90 scriveva manuali di razionalizzazione dei minuti in azienda che avrebbero fatto venire gli sgrisori a un operaio della Toyota, oggi immette sul mercato cose tipo “La strategia dell’orso” o “Elogio della lentezza”. Siamo passati, come qualità desiderabile della vita, dalla tigre al bradipo; ebbene, chi meglio di uno con le ginocchia malferme può imitare il bradipo? Chi meglio di uno che vede arrivare le settantacinque candeline può essere così Zen da capire che ogni fragola mangiata sul dirupo è per forza di cose buonissima? Gli anziani oggi fanno sport, trombano come ricci, fanno shopping, viaggiano, studiano, cantano e ballano, lavorano e amano quanto e più dei loro detrattori, che invece, guardatevi intorno, sono in preda ad una specie di ipnosi collettiva che dice loro di vivere una vita difficile in un mondo triste. La verità è che ognuno, da giovane o da vecchio, si apparecchia la vita che pensa di potersi apparecchiare, al netto delle credenze che lo vedono perdente e debole. E i vecchi sono i primi ad essere macinati da un sistema di credenze molto diffuso che vuole per loro inutili, dispendiose, sprecati investimenti, ragionamenti, proiezioni e cure. Una discriminazione che, coincidendo la vecchiaia con l’uscita dall’età produttiva (leggi: posto di lavoro), sottrae molte delle personalità e delle menti migliori al mondo contemporaneo che preferisce loro giovani e rampanti virgulti dalle competenze acerbe, inesperte e rarefatte. Solo in un momento la società si ricorda degli anziani: quando sono profittevoli. Ma questo, del resto, vale per molte altre fasce discriminate. Se non tutte.

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