Vanniloqui
Percezioni infernali, meteo reali, agognamenti invernali

j1cieatknt-che-caldo-che-caldo-vaccata_aAntò, fa càld, implorava la réclame di qualche tempo fa; segno certo che il caldo estivo era già stato inventato già tanti anni orsono, e forse addirittura prima, perché nella nostra memoria ancestrale si annidano nottate di voci stonate urlate al cielo lassù con l’unica protezione di una maglietta fina e di uno zampirone che bruciava. Tanto che ancor oggi l’odore dello zampirone per noi è l’odore stesso dell’estate, della libertà dai paletò, forse addirittura quello dell’amore e della gioventù. E come in effetti siamo riusciti a sopravvivere sin qui senza mangiare tutta la frutta e la verdura che gli esperti giurano indispensabile, senza bere tanto e senza neppure stare all’ombra – anzi, producendosi in improbabili partite di calcio dalle 13 alle 17 sotto lo schioppo del sole, con l’erba del campo brulla degna di una savana equatoriale e le squadre variamente composte, maschi femmine scapoli ammogliati tredici contro ventuno ma perché voi c’avete le femmine che sono scarse, ecco: siamo sopravvissuti, ed è un mistero il come. E nemmeno ci interrogavamo sulle minime e le massime, il nostro barometro essendo: freddo, piove, caldo, cazzo che caldo, e le nostre previsioni essendo, i barba a Bernacca, quello che sentivamo sulla faccia o sulla finestra. Ma ora, è tutta un’altra cosa.

La temperatura più alta mai fatta registrare è stata di 56,7° in un fresco luglio del 1913; il luogo, nel pieno della Death Valley americana, un luogo in cui di solito si viaggia sui 47° e che si trova a 86 metri sotto il livello del mare, cosa che contribuisce non poco a rendere le cose molto calorose. In realtà, nel 1922 ad Al-Aziziyah, Libia, il termometro dicevano avesse toccato quota 57,8°, ma siccome la registrazione era stata fatta con una certa liberalità si pensò bene di annullarla; quindi, il record attuale è detenuto ancora dalla Valle della Morte, che se si chiama così forse c’è un motivo più valido dell’assenza di chioschi e di distese con gazebo piene di bella gente che ciarla. Se però leggete un po’ in giro, scoprirete che a Dasht-e Lut, Iran, tra il 2003 ed il 2005 la colonnina ha raggiunto agevolmente i 70°: perché non è stato segnato come primato assoluto? Probabilmente, perché lì mancano del tutto i giornalisti catastrofisti che abbiamo noi. Ancora più probabilmente, perché la temperatura che noi gentilmente impariamo dal meteo viene rilevata, per convenzione internazionale, in un modo ben preciso in tutto il mondo, onde evitare vistosi errori e sensazionalismi. Il termometro viene infatti collocato a 1,5 metri dal suolo, in una capannina all’interno della quale resta perennemente in ombra e nella quale invece l’aria, che è poi la cosa della quale viene misurata la temperatura, può circolare liberamente. Così, impariamo due cose: che quando si dice “ci sono tot gradi all’ombra” si dice una sciocchezza, perché la misura è effettuata sempre, all’ombra; e che se rileva la misura al suolo, dove il calore riflesso del terreno batte sul termometro, la temperatura sarà sempre considerevolmente più alta. Ecco perché la misurazione dell’Iran non fa testo; ed ecco perché non fanno testo neppure le misurazione dei tanti simpatici jettatori che fotografano il cruscotto dell’auto, dove il calore registrato tiene conto anche della temperatura della plastica, del vetro e delle lamiere surriscaldate al punto tale che per guidare sarebbe bene mettersi i guanti da forno, perché le plastiche possono agevolmente superare i 70° di cui sopra e procurare senza problemi simpaticissime ustioni a chi non abbia mani da casaro.

Una cosa del tutto differente è, invece, la temperatura percepita che ormai, per i nostri quotidiani, sembra essere diventata l’unico possibile indice di riferimento, in base alla quale possono in tutta serenità scatenarsi e far piovere strali millenaristi sul capo dei lettori e attirare i non lettori che, disperati, corrono a informarsi se debbono o meno costruirsi una abitazione scavando per terra per sopravvivere alla desertificazione. Risposta: no, perché più scavi, più fa caldo, ma questo è un altro discorso. Per tornare alla temperatura percepita, esistono vari metodi per calcolarla. Nessuno dei quali ha una effettiva validità applicabile nel campo del reale. L’idea della “temperatura percepita” arriva dalla Guerra del Vietnam, dove un certo Dottor Steadman, accortosi che l’umidità favoriva – assieme al caldone che da quelle parti è costante – l’incidenza di malori tra le truppe pensò bene di costruire una specie di scala di riferimento per orientarsi un minimo e tenere pronte le barelle in caso di condizioni particolarmente avverse. Diciamo per semplicità che dai 21° in giù per lui era sempre una condizione di estremo benessere (tanto, lì non si temevano congelamenti), e dai 47° in su era già in emergenza medica. Ora: noi sappiamo che con 21° e un bel vento gelato di tramontana c’è chi finisce all’ospedale, e chi con 47° gioca a pallone per due ore sotto lo schioppo del sole bevendo una bibita ogni tanto. Questo perché la temperatura percepita è un indice immaginario. ARPA Emilia Romagna usa l’Indice di Thom, rilevando due temperature: a bulbo secco (termometro asciutto) e bagnato (umidità relativa 100%), e interpolando i dati. Ma non si azzarda a fare gli stessi proclami scandalistici dei cronisti, che probabilmente usano, e nemmeno col cervello, l’Indice Humidex, che viene loro in una comoda, pratica tabella che consente a ciascuno di valutare quanti minuti gli restano da vivere. Ad esempio: Reggio Emilia, nel momento in cui scriviamo; temperatura rilevata – correttamente, a 1,5 metri dal suolo etc, 37,6° (58 metri sopra il livello del mare; a Novellara, soli 24 metri sul livello del mare, quindi più in basso, c’è esattamente un grado in più), con umidità 32%, l’Humidex calcola un bel 43°. Il Thom, invece, si attesta su 29: da 29 a 32, grande disagio per tutti, superiore a 32 addio, vi ho tanto voluto bene. In teoria. Perchè, come appena detto, in realtà la temperatura percepita è misurata solo da chi la percepisce. Potremmo ad esempio costruire una scala che va da “Donna di 88 anni obesa con zaino di 50 Kg sulle spalle che corre in un parcheggio di cemento circondato da edifici a mezzogiorno” come indice di grave disagio (percepite, le fiamme dell’Inferno, Città di Dite, non Cocito che è gelato) a “ragazzetto di cui sopra che corre col pallone ai piedi e si accorge che il portiere avversario è distratto e la ragazza che gli piace lo guarda”, che non sa manco cos’è la temperatura. Anzi. Si aspetta cose ben più torride, con un po’ di fortuna.

Invece, per i 50° percepiti dai giornalisti italiani a Capo San Lorenzo negli scorsi giorni non c’è alcun indice che tenga: con 36° di colonnina e 32% di umidità, il massimo che si può arrivare proprio a volere usare la percezione è, tabelle alla mano, di 40°, e poi ad essere generosi. Come si sia arrivati a 50° è un segreto che, se svelato, varrà loro diversi Pulitzer, certamente. Nondimeno, sicuramente se ci parleranno ancora un po’ di calore, faremo fatica a sentire fresco, per il meraviglioso Effetto Priming che ci stanno ammannendo. Provate a leggere questo: caldo, rosso, fuoco, forno, arrosto, brucia, sole, deserto, stufa, camino, sauna, rovente. Ed ora, questo: neve, fresco, acqua, ruscello, inverno, bianco, brezza, bosco, verde, sei licenziato. Invariabilmente, la prima sequenza predisporrà la vostra mente a sentire più caldo, pensando al caldo; la seconda, viceversa, vi farà stare un po’ meglio. Per cui, vi prescriviamo le seguenti: evitate le persone che parlano di caldo, non stazionate troppo a lungo sui social, leggete solo giornali che non vi allarmano, non mangiate tutta quella frutta che vi viene il caghetto e pure il diabete, state all’ombra e non fate i fenomeni, possibilmente. E considerate magari che, cementifica che ti cementifica, le tasse comunali sono cresciute ugualmente, ma la temperatura delle nostre città si è innalzata di 5° negli ultimi trent’anni. Per cui, una delle soluzioni sembra poter essere: meno speculazioni edilizie, più fresco. Poi non dite che non siamo utili.

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