Migranti, intervista al filosofo Marramao: “Stanno nascendo grandi ghetti urbani”

Il tema della migrazione ha oggi il volto disperato dei barconi che attraversano il mare. Del degrado delle città che non riescono a integrare queste nuove presenze. Come si stanno trasformando gli umori profondi di un paese come l’Italia, storicamente orientato all’accoglienza? Giacomo Marramao, docente di filosofia teoretica e filosofia politica all’Università di Roma Tre, parla di fallimento di ogni modello di integrazione finora tentato in Europa. Di “pochezza” delle élites politiche italiane e europee che non sono in grado di offrire una visione “alta” dei problemi in una fase storica destinata probabilmente a durare a lungo. E poi parla di Renzi e degli “altri”.

Un saggio di Marramao che consigliamo

Un suo saggio che consigliamo (2011)

“Tutti hanno il diritto di emigrare, tutti hanno diritto di essere accolti”. Il richiamo del Papa mette un Paese cattolico come l’Italia di fronte a un dilemma: devi salvare vite umane, ma poi?

La questione del salvataggio in mare non è necessariamente legata ai costumi morali di un singolo Paese. C’è una ragione di ordine giuridico internazionale. Se qualcuno rischia in mare, deve essere salvato. Abbiamo però un altro tipo di problema: l’accoglienza, che non può avvenire in uno spazio privo di qualità, in strutture simili a lager. L’emergenza migranti è solo a prima vista un problema italiano. Lo è solo in quanto la mostra penisola è uno stivale affondato nel Mediterraneo, ma queste ondate migratorie non hanno il nostro Paese come destinazione finale, bensì la Germania, i paesi del Nord. In questo senso è giusto porre sul tappeto, come l’Italia sta facendo, il problema politico dei confini europei.

Si stanno trasformando, radicalizzando, gli umori profondi del nostro Paese sul tema migranti?

I migranti vengono talvolta collocati in modo improprio in piccoli paesi dove il rapporto con la popolazione residente è insostenibile. Se metti un centinaio di migranti in un paese dove vivono 300/400 persone alteri profondamente la composizione socioculturale e si creano seri problemi. Pur in questa situazione, esistono paesi siciliani che dovrebbero essere insigniti dal premio Nobel come mi è capitato più volte di affermare, per la straordinaria disponibilità all’accoglienza. Per le grandi città il rischio è la creazione di grandi ghetti urbani con acute forme di disagio e effetti di emarginazione, illeciti, criminalità. Penso a Roma, Firenze dove queste persone vivono in spazi senza qualità simili alle Banlieu parigine. I più intraprendenti si riversano in centro, nelle piazze chiave, generando un serio problema di degrado che va evitato.

Marramao scherza con il collega Massimo Cacciari

Marramao scherza con il collega Massimo Cacciari

Quale modello di integrazione applicare?

Questo è un tema più generale, non solo italiano. I vari modelli europei non funzionano. Non quello assimilazionista repubblicano applicato in Francia: si offre la cittadinanza e si nega la differenza. Non funziona, perché la tradizione ritorna, si trasforma e magari diventa aggressiva, sotto forma di adesione alla Jihad islamica. E’ fallito anche quello britannico, imperiale multiculturalista, dove sembra bello che ogni differenza si esprima stando al proprio posto, come in un puzzle. Anche così si creano conflitti non meno violenti che in Francia come abbiamo visto.

E quello italiano?

Il concetto di civitas romana ci ha portato a costituire nei momenti migliori della nostra storia, uno spazio giuridico e politico capace di accoglienza verso una pluralità di nazioni, culture, gentes. La Repubblica romana rappresentava un grande esempio per Machiavelli. Consideri poi che l’Italia è nazione solo da un secolo e mezzo. Le città italiane sono state città-mondo. Pensi a Roma, Venezia, Firenze, Napoli, ma anche Ferrara, Livorno, non dipende dalla loro grandezza, sono tutti luoghi dove abbiamo sperimentato l’intreccio di culture, religioni, saperi diversi. Ora tutte stentano a diventare uno spazio di integrazione. Ho detto più volte che c’è un’Europa delle città prima che un’Europa delle nazioni.

La sua visione filosofica è da sempre improntata ad un approccio multietnico, multiculturale, universalista. Ma di fronte alle immagini di disperazione e degrado del fenomeno migratorio, come mantenere questa dimensione “alta” del problema?

E’ difficile perché le politiche europee sono di basso profilo. Ciò chiama in causa le attuali élites politiche e i loro sistemi di selezione sia in Europa che più in generale in occidente. Salvo rare eccezioni la qualità attuale dei leader politici è indiscutibilmente inferiore a personaggi storici come Brandt, Schmidt, allo stesso Kohl. Per non parlare di De Gaulle o Mitterand in Francia, Berlinguer e Moro in Italia. Tutte figure che si distinguevano per la loro visione generale dei problemi, capaci di strategie e visionarietà. Qualcosa è accaduto negli ultimi decenni. Ciò non dipende dalla generica “decadenza” dell’occidente. A mio avviso c’è un inceppamento della politica, dovuto al fatto che le persone più dotate non vi si dedicano. Preferiscono esplorare i mondi della scienza, tecnologia, architettura: ogni altro tipo di mestieri ma non quello. Le migliori intelligenze non si occupano della politica.

“Aiutiamoli a casa loro”: il tweet di Renzi ha spaccato la sinistra. E’ comunicazione troppo abbreviata, realpolitik, o stanno crollando valori distintivi come la solidarietà?

Sono convinto che la solidarietà nella sinistra sia stata più una declamazione retorica che una pratica reale. Con le varie metamorfosi storiche da Pci a Ds, a Pd c’è stata un’apparente continuità, ma il concetto di solidarietà non ha mai trovato una declinazione reale, in primo luogo come sforzo di comprensione.

Anche in Italia, dunque, esiste un problema di leadership e di “visionarietà”, secondo la sua definizione?

Oggi nella forma partito abbiamo l’aggravamento di un rischio storico strutturale molto presente nella sinistra anche negli anni passati. I leader di turno hanno sempre messo nei posti chiave persone di fiducia, venivi cooptato non per il valore, ma per la fedeltà. La critica a Renzi di leader che nel corso del tempo hanno cooptato chi volevano, operato con logica spartitoria, non funziona. Chi ha agito così non può insegnare niente a nessuno. All’inizio sembrava che Renzi volesse volare alto, recuperare la forza dei valori fondativi della sinistra, e invece fa ciò che fa ogni leader politico oggi. Privilegia l’occasionalità. La politica oggi non è più in grado di suscitare entusiasmo, fornire un orizzonte di senso alla vita e all’azione delle persone. Tutto ha scadenza immediata. E questa realpolitik non ha i giovani dietro di sé. I giovani non votano chi giovane non lo è più tanto e cerca malamente di interpretarli.

(Laura d’Ettole per StampToscana.it)

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