Chi è stato, è Stato (scurdammoce o passato)

zitto

Houston, diceva quel tale, abbiamo un problema. Lanciati nello spazio a millemila chilometri al secondo, guardando giù, vedevano la terra come un qualcosa di bello in modo rudimentale ma efficace, tutto azzurro cobalto e bianco, il sogno di Magritte forse; pennellate nello spazio. Da vicino, troppo da vicino come siamo noi, le immagini e la bellezza, invece, non si vedono; si notano solo le pennellate, per cui un impressionista a questa distanza non farebbe una gran riuscita. E le pennellate, già di loro, non sono nemmeno tanto chiare. Allontanandosi un poco, invece, il quadro si fa componendo con maggiore precisione, fino a quando, come quando si cerca la tridimensionalità degli stereogrammi, metti finalmente a fuoco e scopri che, pazzesco! E’ tutto sempre stato lì. E, beh, il quadro complessivo non è affatto bello, anche se è innegabile abbia una sua qual certa eleganza. Accendi la radio e senti, maxi operazione dei Carabinieri, 116 arresti in Calabria contro la ‘ndrangheta: ottimo, pensi. Poi vieni a sapere dell’intercettazione del figlio del boss, che dichiara, più sul versante sborronaggine che su quello ironia, che lì lo Stato è lui. E allora ecco il quadro: lo Stato ha perso, oppure sta perdendo. E pure malamente.

Perché il cuore del problema non sta certamente nelle azioni, o associazioni, o ancora operazioni criminali. Questo complesso di cose è, o dovrebbe essere, un reato. E percepito in quanto tale dai cittadini. Sempre che siamo d’accordo sul fatto che ammazzare gente, corromperla, taglieggiarla, spacciare stupefacenti, sfruttare la prostituzione, il gioco d’azzardo, vendere bambini ambosessi per vari usi, contrabbandare merci, ricattare, truffare e altre due o tre cosette costituiscono pratiche malsane per gli individui che ne pagano il prezzo e per la società in cui essi vivono; e quindi, detta società ha catalogato queste pratiche come reato, da prevenire e reprimere. No; il cuore del problema sta nel fatto che un dimenticabilissimo (già dimenticato) signor Nessuno possa arrivare a vanagloriarsi per telefono di essere lui, lo Stato, da quelle parti. Il che presuppone un governo del territorio e delle anime, cittadini, servizi, leggi, tasse, sanzioni, bilanci, prospettive. Probabilmente, la forma di governo non è da ricercarsi nel novero delle possibilità in cui si espleta la democrazia; eppure anche qui il problema centrale si insinua, vigliaccamente, un dubbio come un tarlo che rode. Se è vero che costui riesce a pensarsi come Stato, non è forse perché ha provato il proprio potere e l’ha visto adeguatamente riconosciuto? E il riconoscimento, non è già in nuce o attivamente una forma di scelta, e quindi di partecipazione popolare alla cosa? Certo, si obietterà: non tutti i cittadini saranno in grado di confermare quel tale nella propria opinione di se stesso. Eppure, anche nella democrazia che noi conosciamo i cittadini esprimono pareri discordi, in percentuali largamente variabili e divergenti: alla fine, anche nella democrazia c’è un parere che arriva alla preminenza. Qui magari è quello della maggioranza. Là (ma là dove, in fondo? Non anche qui, fin troppo spesso?) magari non è una maggioranza, ma una minoranza (si spera, sospendendo il giudizio e la conta) che però conta; conta tanto da permettere a certe pratiche di radicarsi. E già non stiamo più parlando di pratiche, ma di un insieme di logiche che finiscono con l’imporsi sul territorio come aggiunta, o alternativa, al governo ufficiale, quello titolato a ciò: il cittadino preso tra legge e prammatica, che deve tirare sera e possibilmente arrivare anche al panettone, sceglie con la panza, quello che più gli conviene. Oppure che lo danneggia meno. Oppure che si offre di non danneggiarlo se ubbidisce.

E allora riflettendoci capisci che, per quanto quella del dimenticabilissimo potesse essere una rodomontata a perdere, che il problema sta proprio lì: che il cittadino pensa che lo Stato sia meno preoccupante, nelle sue ire, delle mafie. E questa, obiettivamente, è poco opinabile. Ma non solo: leggi anche in vicende di questo tipo una sostituzione di un potere con un altro, laddove il primo è percepito come lontano, poco reattivo, scarsamente comprensibile nelle sue logiche. Ti conviene il potere di casa, insomma, anche se è sgradevole. Che poi, anche quello lontano, non è percepito come meno sgradevole: sono tutti ladri, sono tutti corrotti, sono tutti ignoranti, sono tutti mafiosi, sono tutti lobbisti, sono tutti (aggiungete voi una voce a caso tra quelle più in voga al bar, o nel social di riferimento). E allora, nonno ha bisogno della pensione di invalidità: non fai domanda all’INPS, lo chiedi a Totore, il Mago del quartiere. Il figlio scemo non tiene proprio voglia di lavorà e per lo studio non è cosa, che ci vuole, ci pensa il compare Mimmo, lui te lo piazza, se non ha bisogno Don Calogero vedrai che al dopolavoro c’è bisogno. Ti mancano i punti per la casa popolare, e che problema c’è, il padrone di casa ti firma lo sfratto, tu stai dentro a nero e poi i punteggi salgono, vedrai che massimo un anno sei accasato pure tu. Il grave è proprio questo: che non è manco più il problema della paura, o dell’omertà. E’ una questione di convenienza, di domanda e offerta di mercato. E l’acquirente si orienta laddove più gli conviene; ovviamente, scegliendo la soddisfazione del bisogno a breve termine, senza alcuna forma di programmazione per il futuro, per il quale ci vorrebbe una coscienza dello stato delle cose anche lungimirante. Ma in fondo, chi ce l’ha? Soprattutto, tra la necessità della soluzione di un problema contingente e la prospettiva, diciamo, tra vent’anni dello sfacelo di un sistema economico, della sparizione della legalità, del welfare, chi ha bisogno di mangiare stasera cosa pensate che possa scegliere? Specialmente vivendo immersi in un contesto in cui in ogni momento ti bombardano con un marketing del disprezzo della forma di governo in essere, come quella citata poco fa. E della quale potete fare esperienza ogni singolo giorno, senza grande fatica.

A questo punto, capisci che non si tratta più di un problema di legalità, o di legalità, o di criminalità: si tratta di un punto morto dell’informazione. Perché nel momento in cui si pensa che su di un territorio un governo criminale sia meglio di quello regolare, bisognerebbe anche mettere nel conto tante altre cose: quanti asili ha la mafia? Quanti ospizi? Quante strade, quante scuole, quanti acquedotti costruisce? Quali iniziative a sostegno dell’imprenditoria, quanta sanità offre? Gestire – perché le mani le ha allungate ormai ovunque – già lo fa; col comodo atteggiamento predatorio di chi trova una struttura già in essere e se ne appropria, facendosi grosso del lavoro altrui (faticoso, non remunerato, silenzioso, spesso invisibile, ingrato). Queste sono le cose che bisognerebbe ribadire ogni trenta secondi nella testa del cittadino: non cose tipo, non è giusto, non cose tipo, non è legale. Cose semplici. E magari offrire veramente una alternativa così schiacciante da divenire padroni del mercato. Quello che oggi lo Stato fa rispetto alle mafie, la lotta durissima, per la quale poi viene anche indagato se viene temporaneamente a patti, se è costretto a cedere terreno, non è compreso: viene visto non già come la difesa di un diritto, del benessere di tutti, ma più come il ribadimento, con la forza, di un dominio, di un monopolio del potere. Va a finire che le mafie vengono lette come resistenza civile, come alternanza democratica, mentre non sono altro che grumi di criminalità senza alcun rispetto per nessuno, che dove danno con una mano arrivano poi con il portabagagli a razziare. Altro che Stato.

Per fare questo però è necessario fornire non solo i dati sulla lotta al crimine, ma anche, come dicevamo, un mercato più desiderabile. Magari, un esperimento sociale: un paese a caso in cui chi evade le tasse viene eliminato dalla competizione, in cui non sia possibile fare i furbi, in cui si rispettino, si discutano, si migliorino le norme del convivere civile e reciprocamente utile anziché aggirarle lagnandosene e dimostrare, in un esperimento sociale, che le cose per il cittadino che riga dritto possono essere mille volte meglio di quello che s’inchina al boss, che evadicchia, che fa la nera, che trusta, che gioca di rimesse e di trucchetti. Difficile, certo; perché ci vuole immaginazione, e dirittura, e idee vero, non prorompenti gagliardetti. E’ vero: la macchina statale fa acqua. Ma dove fa acqua, è reato, o incuria. E la sostituzione con una che è composta essa stessa di reato e incuria è economicamente insensato, assolutamente non conveniente. Ma è anche vero che questa logica bisogna imparare a comunicarla grazie a risultati positivi, in modo da fermare questa valanga di concettualità che, per interesse o per pigrizia o per mera stupidità, tira addosso allo Stato condannandolo colpevole di tutto, e contemporaneamente assolvendosi dalla realtà di essere noi stessi lo Stato, e quindi fallibili e fallimentari. Ogni volta che affossate lo Stato, con idee e azioni, anziché discuterne e risolverne i problemi fate un regalo preziosissimo alle mafie tutte. Più evidente di così?

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