Di variazioni al microscopio, di pianoforte, archi e natura umana

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Evgeni Koroliov

E’ passata ormai una settimana dalle due serate che hanno chiuso la stagione 2017 dei concerti del teatro Valli e già siamo proiettati nell’attesa del Premio Borciani che a giugno ci riporta ad immergerci tra le guizzanti pieghe della musica d’archi.

Più che continuità strumentale, tra i due concerti per pianoforte solo e la prossima rassegna dedicata al quartetto d’archi, si tratta di vicinanza emotiva e sentimentale.

Le Variazioni Goldberg eseguite da Evgeni Koroliov e le variazioni Diabelli portate al Valli da Igor Levit ci hanno sicuramente un po’ stupito per la qualità interpretativa. Non certo per l’impeccabile resa formale, inappuntabile da tutti i punti di vista, quanto per la leggera virata interpretativa.

Le Variazioni Goldberg sono, per me profana, un perfetto esempio di illuminata capacità bachiana di unire l’ipertrofica necessità di articolazione armonica alla più naturale ed istintiva propensione all’orecchiabilità e al pathos. Bach sa sempre essere complesso, strutturato, profondo e semplice e avvicinabile allo stesso tempo.

L’interpretazione di Koroliov poggia forse un poco di più sull’aspetto tecnico dell’esecuzione, prosciugando il tracimante sentimentalismo che in effetti è un portato pianistico dell’esecuzione delle Variazioni e di Bach in generale. Che la serata abbia messo tutti d’accorso sulla bellezza dell’esecuzione, è un fatto. Ma, misteri della musica, che a tutti sia poi piaciuto questo leggero gelo interpretativo è poi tutto da verificare (e la mente già correva alla serata di alcuni anni fa con Sokolov che il pubblico costrinse a suon di bis a restare inchiodato alla tastiera per oltre due ore e mezza).

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Igor Levit

Igor Levit ha quasi interpretato il cliché del pianista romantico intensamente compreso nella parte. La sua stessa presenza scenica, agitata e drammatica – anche per via del faro centrale che per un disguido tecnico continuava ad accendersi e spegnersi dando l’impressione di una presenza soprannaturale all’evento… molto Sturm und Drang – ha dato slancio a questa interpretazione delle Diabelli, nate con una partizione ipercerebrale che all’ascoltatore moderno rischia di apparir più vicina a Schoenberg che non a Beethoven. Però, ecco, finalmente, decisamente un po’ di vita, tra queste corde. Nota di merito a parte il bis, un piccolo valzer di Shostakovich delizioso.

Questo è l’elemento stupendo della musica dal vivo, il fattore umano.

Non sempre l’esecuzione è perfetta, ma quando lo è l’empatico rispetto equivale a quello verso un’impresa sportiva – per la quale se anche non hai mai corso un metro in vita tua provi partecipazione per il maratoneta al traguardo -.

E se l’interpretazione non è la tua preferita – perché a casa ascolti sempre la tua versione – è sempre come trovarsi di fronte ad una rivelazione.

Allo stesso modo i concerti del Festival del quartetto d’archi offre, ogni anno, non solo la possibilità di presenziare ad esecuzioni ineccepibili dal punto di vista formale, ma di valutare, di volta in volta, al microscopio (e la citazione dalla Barcaccia di Radio 3 non è casuale) quante infinite sfumature possono avere poche note scritte su uno spartito se si riversano dentro ad uno strumento musicale, mosso a sua volta dalla testa e dal cuore di questa macchina complessa che è l’essere umano.

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