Vouchers aboliti: embè?

1574677_camusso-voucher-cgilCi stavamo davvero preoccupando per il futuro del mercato dell’occupazione italiana (quello del lavoro è tutt’altro tasto), quando all’improvviso ecco la soluzione perfetta: quella che risolve ogni dilemma, tappa ogni buco e rimette le cose in carreggiata. Quale sarà? Direte a questo punto voi, piccoli amici. Ma è chiaro: l’eliminazione dei Vouchers! Al plurale, come anglofobia insegna. E’ evidente come sui Vouchers si basi la maggior parte dei problemi attuali dei lavoratori: pensate, anziché essere assunti a tempo indeterminato in nero, essere costretti ad andare in tabaccheria a farsi validare mazzette di gratta e vinci dell’INPS del valore grossomodo di un buono pasto degli statali. Il messaggio è chiaro: come per le tessere annonarie, tu presenti il pezzo di carta e io ti do’ il pane, contributi e circenses compresi. Il culmine del malaffare, dello sfruttamento, della spregiudicatezza dei padroni. Molto, ma molto meglio le alternative.

Che sono… ah già, quali sono? Cosa possa aver scatenato l’odio della CGIL nei confronti dello strumento di cui sopra, a parte considerazioni di tipo squisitamente politico, non è dato sapere. Nota: in Italia, dicesi “considerazioni politiche” l’attitudine ad utilizzare come forma di ricatto in chiave elettorale qualche fenomeno che è entrato nella pancia degli italiani, tenia compresa. Chiusa nota. Il fatto che la CGIL si sia ampiamente servita di questi buoni pasto potrebbe forse essere una chiave di lettura (“chiudiamo questo rubinetto di malaffare, dobbiamo restare coerenti coi nostri lavori”), se non fosse che dei gran mea culpa, da quella direzione, finora non ci risulta si siano sentiti. E’ vero: è uno strumento del quale si è immediatamente capito come sia facilissimo abusarne. Come per tutte le possibilità di pagamento offerte agli imprenditori italiani, fatta la legge, trovato l’inganno, si sarebbe dovuto capire in quale misura ne avrebbero abusato prima ancora di introdurlo. Il fatto che non si siano prese contromisure sin dalla sua apparizione fa pensare ad un progetto rabberciato e frettoloso, superficiale, quando non addirittura connivente con i possibili rei. Detto questo, e rilevati i dati, per quale motivo non introdurre con calma i correttivi, anziché buttare l’acqua col bambino?

La risposta, come canterebbe un Bob Dylan nato in terra nostra, è: boh, come al solito. O meglio, la conosciamo benissimo: fa parte di quel pacchetto di misure antirenziane che mirano a far apparire ogni cosa proposta dal quel Governo come una schifezza esecrabile, per fare le scarpe a quella particolare corrente alla quale sicuramente non partecipano i vari porporati coi baffetti né quelli che appartengono all’ala CGIL. Alla quale dovrebbe interessare prima di tutto la tutela dei lavoratori, ma, non scherziamo: con buona pace del povero Di Vittorio e di quanto predicava circa l’autonomia dai partiti politici, la partita è sempre stata un’altra, e chiarissima. Restano pertanto al lavoratore italiano le seguenti alternative: a) farsi assumere con varie modalità in pianta stabile o semistabile presso l’azienda, tempi determinati o indeterminati; b) farsi assumere con una delle tante porcherie uscite a suo tempo dal Pacchetto Treu, i cui effetti mefitici non saranno mai abbastanza esecrati; c) farsi assumere in nero a vita, come almeno il 75% di coloro che si dichiarano disoccupati di norma fa; d) aprire una qualche partita IVA e lavorare come falsi dipendenti presso qualcuno che proprio non vuole assumersi il rischio di assumerli.

Eh già; perché l’imprenditore italiano, sul quale magari in un altro capitolo potremo scaricare valanghe di improperi, tutti da considerarsi praticamente come complimenti, per la natura del mercato attuale magari proprio non ce la fa, a prendersi in carico un collaboratore che deve addestrare, rifocillare, educare e pagare un costo notevolissimo dal quale non può affrancarsi nel momento in cui detto costo sia chiaro che lo sta trascinando a fondo, lui e tutta l’azienda. Intendiamoci: non è obbligatorio, assumere, né tantomeno aprire una azienda, e forse rientra nella logica darwiniana che se una ditta non riesce a stare in piedi è meglio che chiuda, anziché che faccia di tutto per sopravvivere a stento. Però, magari, dal momento che quella italiana è quasi tutta microimprenditoria, qualche altra soluzione si potrebbe studiare.

Qualche compromesso in termini di tempi, di tutele, di fiscalità, che salvasse dignità, idee e soldi di tutti a tutto vantaggio del tessuto sociale ed economico. Ma da gente che pensa che i vouchers non saranno abusati è probabilmente sbagliato aspettarsi queste gran pensate, così come, forse, se anche sortissero, non è detto che non sarebbero immediatamente osteggiate in chiave di assassinio politico (vedi sopra). Per cui, cari imprenditori, cari lavoratori, in assenza di un briciolo di logica razionale, si torna al caro, vecchio contrattino a stretta di mano: tu lavoratore vieni qui in nero e come mi gira ti caccio a pedate, io imprenditore mi prendo in casa un tizio qualunque disperato con l’ansia che mi facciano un controllo o si bruci o si tagli e sono rovinato, e siamo tutti contenti come prima; cioè, no.

Però, in compenso, saranno contente le famiglie; che se al di sotto dei 5 componenti, di cui due femmine e due maschi anziani di età non inferiore a 85 se accompagnati da un garante di nome Gino il cui cognome inizi per Effe potranno, loro sì, quando il Sole entra in Bilancia utilizzare liberamente e con profitto lo strumento del Voucher. Cercando di farlo ingoiare a viva forza alla badante ucraina che da anni vive nel sottoscala e a questo punto messa di fronte alla necessità di una firma sarebbe anche terrorizzata.

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