Occipitalis tarma: sinossi del trionfo scimmiesco (con sua esegesi)

DESMOND MORRIS, writer and zoologist in the 1950's

Desmond Morris con un simpatico scimpanzé

Parafrasando Benedetto Croce “perché non possiamo non dirci sanremisti”; nolenti o volenti, la settimana del Festival, manco se non stai un solo secondo davanti alla tv a sorbirti le piroette di varia umanità sul palco dell’Ariston, riesci ad evitare di essere investito dalla kermesse più chiacchierata e più inutile d’Italia. Sono infatti cinque giorni (a sfiorare quasi il mito numerico della creazione) che ti coinvolgono e ti avvolgono ad ogni stordir di sonda. Se Tizio non va a Sanremo, sarà Sanremo che andrà comunque a Caio prima, a Sempronio poi.

Già divisa alla vigilia, L’Italia sciantosa e fintamente riottosa dell’ugola tradizionale, quest’anno si è ulteriormente frammentata davanti alla vittoria (poco) clamorosa di tal Francesco Gabbani da Carrara (la cui residenza ci piace immaginare limitrofa a quella semestrale che il divino Michelangelo, forse l’artista più grande di sempre, ebbe in piazza Duomo per la sua paziente scelta dei marmi che avrebbero fatto la storia). Il quale Gabbani, per sua stessa ammissione, ha giostrato di contrari.

La sua Occidentali’s Karma ha infatti trionfato provocando una fenditura netta tra gli esegeti di ogni risma: i portatori sani di una sua qualsivoglia profondità e gli oracoli del suo insostenibile sfarfallio. Esemplare a tal proposito il post che lo stesso Mauro Del Bue, solitamente in altre diatribe affaccendato, ha nostalgicamente rilasciato: “Ma che mondo è? Arriva uno con uno scimmione, canta una canzone senza musica, con parole incomprensibili, citazioni filosofiche a caso. E vince il Festival. Fuori le canzoni melodiche di Ron, Albano e D’Alessio. Ma che cazzata….”. E giù di entusiasti e detrattori.

A ben udire, la progressione ritmica e parolaia “Dolce & Gabbani” non è né acculturata nel senso più stretto del termine né altrettanto superficiale. Sceglie shakespearianamente di non essere più che di essere (confessandolo nel verso iniziale). Sbeffeggia la deriva modaiola dello spirito orientaleggiante e del rituale mantrico (lontano millenni dalle radici originarie), deride pure un caposaldo della teoria darwiniana, quel libro dell’etologo Desmond Morris “La scimmia nuda” (1967) che furoreggia nel ritornello e diventa a sua volta uno di quei tormentoni che vorrebbe esorcizzare. Ma il suo fluire non è né deterministico né creazionistico, né evoluzionistico né fatalistico. Si direbbe solo realistico, o meglio gabbanistico. Nel senso di “passato lo festival, Gabbani lo santo”. L’uomo è una scimmia che balla, cade e si rialza. Punto e basta.

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Svolazza alto sui temi come una libellula reincarnata dopo un’esistenza frivola ma non banale. Senza planare mai al dunque. Evitando al contempo la metamorfosi in guru della canzonetta che ha travolto per esempio un (comunque grande) Franco Battiato, ormai ergentesi a profeta e/o vaticino. Predilige l’icona linguistica onomatopeica al suo sviluppo: dall’eracliteo “panta rei” all’indiano “namasté”, dall’interiezione incoraggiante “alé” al sanscrito “om”. Uno dopo l’altro, prove gutturali più che citazioni sensate. La canzone di Gabbani non è né superficiale né colta. E’ leggiadra e, ci si permetta la considerazione, nel vuoto di idee e creatività facilmente colmabile con ricorsi amorosi o esistenzialisti, ha già quasi del miracoloso.

E’ dunque un motivetto leggermente profondo o profondamente leggero, paraculo il giusto nel satireggiare con soavità, senza che nessuno si offenda. E che risponde a quel “divide et impera” (attribuito a Filippo II di Macedonia), fatto proprio come linea programmatica da “Il principe” di Niccolò Macchiavelli. Italianissimo assioma il cui intelligente e cortigiano utilizzo ha permesso a Gabbani di sbarazzarsi di concorrenti assai più agguerriti come lo straniero riscattato Ermal Meta col suo manifesto sul divieto di morte e la principessa del riscatto straniero Fiorella Mannoia col suo cartellone sulla necessità di vita.

Et voilà, il gioco gabbaneo si chiude, col contrario dei contrari in senso assoluto. Con buona pace dei festivalieri à la page e dei neomelodici da web.

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