Mamma li turchi. Il Ratto del serraglio al Teatro Valli. Recensione di uno spettacolo che ha convinto in pochi, e non per i motivi che si crederebbe

immagini.quotidianoIl Ratto del serraglio andato in scena venerdì 10 febbraio al Teatro Valli, reduce dalla rappresentazione di Bologna di gennaio, non può che confermare il giudizio principale sull’opera nel suo complesso pubblicato da molti giornali. Prima di tutto il riferimento, in un’ambientazione storicamente verosimile come quella della Prima Guerra Mondiale, alla contemporaneità e alle milizie dell’Isis o pseudo tali.

La trovata è senz’altro d’effetto, lo dimostra l’ingente schieramento di sicurezza che ha interessato i teatri che hanno portato in scena la rappresentazione. Metal detector, forze dell’ordine e sorveglianza speciale hanno accolto gli spettatori impellicciati in una sorta di introduzione alla messa in scena.

D’effetto ma completamente fuori sincrono rispetto allo spirito dell’opera mozartiana, rispetto alla musica e al testo che è stato necessariamente integrato per sostenere tale interpretazione. L’operazione è andata a completo scapito del ritmo e della leggerezza dell’opera, marchi di fabbrica di Mozart che sempre ha saputo infondere nelle sue opere il brio che i biografi attribuiscono alla suo stesso temperamento. E che in questo Ratto del serraglio vengono completamente polverizzati dalla durata generale dell’opera, dalla scena bolsa, dalla recitazione lenta.

Forse non siamo pronti, non abbiamo sufficiente distanza emotiva per potere davvero guardare alla nostra storia contemporanea con sguardo autocritico e, appunto, con leggerezza e autoironia. I Turchi a Vienna erano arrivati nel 1529 e nel 1683 – l’ultimo assedio dopo il quale “l’orgoglio musulmano” non sarà più una minaccia per l’occidente. La prima del Ratto del serraglio è rappresentata a Vienna nel 1782. Cento anni “di distanza” che di certo hanno influito sulla percezione che gli europei avevano del nemico trasformandoli in cattivi da operetta. Di sicuro non siamo pronti a fare del terrorismo – per la narrazione che esso ha imposto – un melodramma. Forse, pensandoci, dovremmo. Chissà.

Ma il punto dolente non sta nella scelta di rappresentare la contemporaneità in sé, ma nel fatto che questa operazione risulta un forzata, volendo imporre una lettura impegnata e attualizzata ad un testo e ad una musica che parlano d’altro. Non di invasioni, non di guerra – se non accidentalmente – ma di amore, possesso e sentimenti. Può non piacere, al regista impegnato, il totale disimpegno, e si potrebbe anche condividere la scelta di dare più spessore alla storia, se questo non richiedesse una ingiustificabile rallentamento dei tempi scenici nonché una completa perdita di “wit”, di spirito, di arguzia.

Da un articolo del Corriere della Sera si evince che il registra Martin Kušei avrebbe affermato che «il libretto e la trama originali appaiono superati, con un tono a volte cabarettistico», il che potrebbe anche considerarsi vero per tutto il melodramma, inteso come genere. Se non fosse che ancora la musica parla, attraverso l’intelligenza dei grandi compositori, di emozioni così profonde e primordiali da essere da sempre comprensibili anche laddove le vicende appaiono legate ad una sensibilità vecchia (poi si potrebbe discutere se proprio questo non dia in fondo un ulteriore fascino… ma non voglio dilungarmi). E quindi intervenire cambiando lo spirito di un’opera, anziché cercarne l’essenza profonda, ancorché nascosta, rappresenta un’operazione artificiosa che non sempre da risultati aspettati. Anche la scelta dei cantanti non ha estasiato il pubblico in sala e non ha aiutato l’opera a spiccare il volo, almeno dal punto di vista musicale. Apprezzato, tra tutti, Mika Kares nei panni di Osmin, il crudele guardiano con voce di basso. A mio parere anche Blonde, rappresentata da Julia Bauer, non ha sfigurato.

In generale mancava alle voci lo spessore necessario – necessario in un teatro per oltrepassare la barriera dell’orchestra – ed un’estensione adeguata alla parte e, anche senza stonature o inciampi macroscopici, non si può certo dire che la rappresentazione abbia soddisfatto il pubblico che, anche negli applausi di chiusura si è mostrato freddo.

(Questo non centra con la recensione ma si riferisce ad un famoso aneddoto legato al Ratto del serraglio):

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