Un parto nudo e sanguinante

Valentina Barbierib121cbddc12eaeba46d8e0fae00a7ee7

Mi sono spesso interrogata sulla fotografia del corpo, sul binomio così spesso rivangato tra l’etica e l’estetica dell’immagine, uscendone sempre vinta. Senza risposte del tutto soddisfacenti. Stamattina, mentre controllavo distrattamente la mia pagina Facebook, sono capitata su questa pagina, che ho scelto di riproporvi. 

E’ il sito web dell’artista Ana Alvarez-Errecalde, nata in Argentina e residente a Barcellona, in cui spiccano, tra le altre, le fotografie che la ritraggono durante il parto di sua figlia. Il progetto si intitola, appunto, “El nacimiento di mi hija”. Lei nuda, seduta dietro ad un pannello bianco da posa, con la figlia in grembo. Entrambe ancora legate dal cordone ombelicale e davanti a loro la placenta, vuota e sanguinante, a terra.

Sul sito l’artista spiega: “Con questo autoritratto (senza Photoshop o qualsiasi altro tipo di manipolazione delle immagini) che mi ritrae nell’atto di partorire,  voglio sfidare la maggior parte delle maternità rappresentate nei film, nelle pubblicità e durante tutta la storia dell’arte. Queste maternità rinforzano stereotipi, rendendo sacro tutto ciò che ha a che fare con l’essere “madre”(inclusa la maternità velata).  Con queste foto io volevo mostrare, invece, la maternità che nasce dalla mia esperienza nella quale, mentre partorisco, mi apro, mi trasformo, sanguino, urlo, sorrido…Partorendo mi tolgo il velo culturale. La mia maternità non è verginale né asettica. Io mostro la maternità non attraverso gli occhi di Eva, ma attraverso quelli di Lucy, il primo ominide rinvenuto fino ad oggi”.

Nell’ intervista-video allegata, la Alvarez-Errecalde aggiunge di aver avuto la necessità di vedere e, dunque, di far vedere qualcosa che di solito si nega alla vista: una placenta insanguinata, un corpo unto di sudore e di dolore, un neonato nell’atto stesso di venire al mondo. Oltre all’evidente intenzione provocatoria del progetto,  è interessante capire il movente intimistico di una madre che ha bisogno di vedersi e rivedersi nell’atto di partorire (” le ho scattate anche per tenermele in casa”, afferma).

Nel suo togliersi il velo, c’è un’esigenza di riconoscersi attraverso l’immagine. La Alvarez-Errecalde rigetta la fotografia di rito del bambino lindo sul grembo della madre, cinque minuti dopo essere venuto al mondo. Pretende una fotografia del suo parto, il più possibile veritiera. Senza mistificazioni e velature. Non si lava il sangue da dosso, non getta via la placenta, non taglia il cordone ombelicale, non abbraccia la figlia dal viso roseo dopo il bagnetto. Quello è il dopo, non è l’atto del partorire.

Ditemi cosa ne pensate. Vi lancio una pillola di riflessione. Su di noi, sul corpo nudo, sulla fotografia.

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