Sul treno di Harry Potter…

Antefatto: in un recente viaggio in Scozia chi vi scrive ha percorso lo spettacolare tratto della ferrovia a vapore che collega Fort William a Mallaig, uno degli scenari più suggestivi al mondo. Il Jacobite Steam Train reso ancor più celebre dai film di Harry Potter grazie all’incredibile viadotto spesso oggetto di riprese. Dentro i vecchi scompartimenti, come prevedibile, un fiorire di famiglie con bambini e gruppi di ragazzini più o meno appassionati dell’ex occhialuto maghetto. Perlopiù europei ma non solo. Non più abituati a leggere la meraviglia negli occhi dei giovanissimi, l’attenzione alla natura circostante, il rispetto al genitore che cerca di illustrare storie e indicare particolarità, l’incantesimo si è rotto passando davanti ad una postazione dove sedevano alcune giovanissime ragazzine italiane; tra i 14 e i 16 anni suppergiù. Completamente avulse dal contesto, chine sul tavolino dove improvvisano un gioco di carte, non guardano nemmeno fuori. E non comunicano tra loro. Coi loro iPod a tutto volume, tale da esondare dai loro padiglioni auricolari per irradiarsi (purtroppo) nell’ambiente attorno. Ascoltano un motivetto di Jennifer Lopez ancheggiando sedute mentre folkloristici bigliettai in tartan passano attoniti. Probabilmente chiedendosi cosa fossero venute a fare. Mentre queste giovanissime sciagurate si concentrano sui probabili sogni ispirati dai video musicali della Lopez, fuori i sogni sono reali. La magia del paesaggio alterna colline incantate affacciate a laghi da cartolina e su cui resistono castelli da favola. C’è da restare a bocca aperta ma alle italianette non frega niente. Sono già rimaste indietro rispetto ai loro colleghi inglesi e francesci che torneranno a casa con un’esperienza da raccontare. Mentre loro rintronate ulteriormente dai gorgheggi amorosi della Lopez.

Questo lungo (e triste) preambolo torna alla memoria pensando all’altrettanto recente motto berlusconiano sul Paese di m…da cui vorebbe andarsene. Dove “m” non è l’inizio della parola mostarda. Ci hanno sempre e retoricamente insegnato che sì l’Italia è quella che è ma, mamma mia gli italiani…che grandi cittadini del mondo…Oggi è drammaticamente vero il contrario; gli italiani sono quelli di cui sopra, l’Italia invece resta un grande Paese perché ha un grande passato. E una invidiabile tradizione. Nulla più. Affondare il coltello nelle radici che hanno determinato la questione educativa, anzi diseducativa italiana, è arduo e rischioso di generalizzazioni. Ma sfioriamo solo citandole, per amore polemico, alcune questioni: il buonismo sinistro e il perdonismo religioso. Certo il ’68 ed il suo egualitarismo omologante, almeno da noi, sono stati poco più che parodia, come tutte le vere o presunte rivoluzioni sociali e culturali. Che giammai attecchiscono dalle nostre parti. Ci vuole troppo coraggio e si deve rischiare del proprio, dimensioni pressoché sconosciute all’uomo italico. L’assenza di un’etica protestante che responsabilizzi la coscienza individuale nel suo rapporto con Dio e la società ha poi avuto il suo peso. Vedendo passare i sessantottini Eugène Ionesco profetizzò la loro trasformazione in notai. Marcello Veneziani nel suo “Rovesciare il ’68” chiosa così: “da Agito ergo sum a Rogito ergo sum”. Se oggi rivivesse il Papa Buono, Giovanni XXIII° congedandosi dai genitori non direbbe più “carezza” ma “se li avete, date uno schiaffone a vostri bambini”, lo schiaffone risvegliante del Santo Padre. Gerarchia demeritocratica, coltivazione selvaggia del particolare riempiendosi la bocca di “bene comune”, sincretismi faciloni rappezza-etica ed egoismi personali e di casta sono figli di tutto questo, non certo, come banalizzano gli osservatori di corte, della tv generalista.

Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul “Corriere” l’altro ieri ha ben sintetizzato il quadro italiano come Repubblica fondata (e affondante) sui privilegi di gruppo, più o meno rappresentato. Laddove per gruppo, al contrario delle lobbies anglossassoni, si intende ogni tipo di micro-interesse che impedisce al Paese, nel gioco di pressione e ricatti, un qualsiasi scatto verso l’ammodernamento e le riforme. In questo blocco dal basso, conservatorismo trasversale ci sono dentro tutti: ordini professionali, baroni di stato e privati, elites economiche, manager a peso d’oro e imprenditori sfruttatori, evasori di ogni risma e precariato organizzato, dipendenti pubblici e cenacoli sindacalizzati, chiese e classe politica. Chi più ne ha, più ne metta. Ed i comportamenti di tutti costoro influiscono in modo drammaticamente negativo sull’educazione dei giovani italiani. Che anche sul treno di Harry Potter, così per niente sensibili alla società circostante, mentre oltre scorre una meraviglia dopo l’altra (vera, tangibile…), si rinchiudono nel loro microscopico mondicciolo sognando d’essere Jennifer Lopez

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2 Responses to Sul treno di Harry Potter…

  1. Iaures Bottazzi 13 settembre 2011 at 04:32

    Gianpar, quello che scrivi è verissimo, questo deteriorarsi degli italiani l’ho percepito anche io e l’ho descritto in un altro posto che vi consiglio di visitare (http://thereggiorepublic.tumblr.com/post/9950805236/fear-and-loathing-in-nyc-mostly-loathing-4) gli italiani infatti anche qui in usa sono sicuramente una delle nazionalità mediamente più istupidite, involgarite e provinciali che ci siano. Basta vedere come sono restii a provare cibi diversi, che esulino dalla nostra trinità pizza – pasta – espresso, da come cerchino sempre, dovunque siano, di replicare il loro stile di vita da italietta di periferia anche all’estero: privi di un reale interesse per la cultura del paese ospitante, non sono assolutamente curiosi di provare a vivere in modo altro da quello che di fatto conducono a casa.
    Questo è un sintomo che secondo me rivela un altro nostro terribile tratto somatico: il conservatorismo ad oltranza, ottuso e nutrito dalla convinzione che in fondo bene come si sta da noi non si sta da nessun altra parte. Senza renderci conto che non solo questa convinzione è totalmente falsa, ma nemmeno che, raccontandoci questa balla colossale, noi italiani accettiamo passivamente, senza quasi accorgercene, il nostro sprofondare sempre più nella decadenza irreversibile.
    So che queste parole possono sembrare estreme, che qualcuno pensando di ergersi a difensore della patria vilipesa (come se rifiutarsi di affrontare i difetti del proprio paese avesse un qualcosa di patriottico…) potrebbe premurarsi di elencare tanti nomi di italiani che all’estero hanno avuto un grande successo. Costui in parte avrebbe ragione, ma sarebbe un miope e che non è in grado di vedere “the big picture”, cioè che noi italiani siamo proprio così: un popolo di pecoroni mediocri, punteggiato di una minoranza di geni assoluti. Ma un paese intero non lo si rimette in piedi con un manipolo di persone, ancorché straordinarie, le quali al massimo, come insegna la storia di Leonida, possono trionfare in una battaglia, ma la guerra non saranno mai capaci di vincerla da soli e in pochi.

  2. Gianfranco Parmiggiani 19 settembre 2011 at 15:45

    Hai colto nel segno, caro Iaures; la supponenza dei popoli ha due origini. O un grande passato (e noi l’abbiamo avuto, almeno fino al Rinascimento) o l’ignoranza del proprio passato. Ecco, noi siamo un mix di queste due deficienze. Ma l’ignoranza, in massima specie, genera arroganza e ha come proprio humus il disinteresse. E questo, diciamo la verità, esula dalla presenza di Berlusconi. Sarà così per decenni anche dopo la sua ritirata dalla scena pubblica